Racconti

giovedì 16 novembre 2017

Viva Arte Viva ai Giardini


L'esposizione della Biennale Viva Arte Viva ai Giardini secondo me risente, più che negli anni precedenti, della frammentazione data dalla coesistenza dei diversi padiglioni nazionali, da un lato, e del Padiglione Centrale dall'altro lato, che contiene i primi due dei nove "trans-padiglioni" tematici del progetto curato da Christine Macel (gli altri sette si trovano all'Arsenale).
 
Pensandoci a mente fredda, credo che sia questa la ragione principale che mi ha fatto uscire un po' perplessa dai Giardini, mentre alla fine del percorso dell'Arsenale ero assolutamente entusiasta!

Naturalmente anche ai Giardini ho trovato alcune opere a mio parere interessanti, capaci di suscitare emozione e riflessioni.

Primo tra tutti il padiglione della Germania, non a caso vincitore del Leone d'oro, dove Anne Imhof presenta Faust .

Già prima di entrare il padiglione è inquietante: una specie di fortezza circondata da un recinto sorvegliato da una coppia di dobermann (discretamente ma opportunamente assistiti da un addestratore, mentre tutti li fotografavano...poverini!).

www.artequando.it



All'interno, poi, camminare sul pavimento trasparente sotto il quale si muovono i performers, dà un impatto davvero forte di controllo da un lato e di estraneità ed incomunicabilità dall'altro





Molto bello anche il padiglione ungherese, dedicato al progetto di Gyula Varnai, Peace on Earth, centrato appunto sul desiderio e l'esigenza della pace nel mondo: in particolare mi è piaciuto l'Arcobaleno formato da ottomila coloratissimi distintivi originali di varie associazioni, società, città e movimenti degli anni ’60 e ’70.




All'interno del padiglione del Canada, Geoffrey Farmer presenta “A way out of the mirror” (Una via di uscita dallo specchio): vediamo alcune fotografie del 1955 riguardanti l’incidente tra un treno e un camion di legname, in cui rimase ferito il nonno di Goeffrey che morì pochi mesi dopo.

L'installazione evoca quindi l'assenza ma anche il ricordo, e, nella parte esterna, un’esplosione: con il tetto strappato, le pareti e le assi rimosse e cadute dentro una fontana dalla quale esce un getto di acqua perpetua, che lascia però anche una splendida sensazione di vitalità e continuità dell'esperienza.








Quando si entra nel padiglione della Gran Bretagna, tra le gigantesche sculture in tessuto e materiali poveri di Phyllida Barlow, chiamate Folly, sembra di camminare all'interno di una strana foresta, in parte grigia in parte coloratissima, che evoca da un lato la struttura urbana, dall'altro un confortante artigianato.






Nel Padiglione centrale, sono rimasta impressionata soprattutto dal Padiglione degli artisti e dei libri: in particolare, mi sono piaciute le opere che evocano il processo creativo ed il ruolo dell'artista, come nel disordine colorato e fecondo di In between the lines 2.0 di Katherine Nuñez e Issay Rodriguez




Yelena Vorobyeva e Viktor Vorobyev, The artist is asleep: nel mondo di oggi, dormire è considerato quasi una perdita di tempo, ma il riposo, come la riflessione, è una dimensione essenziale della creazione artistica ma anche, se ci pensiamo bene, dell'essere veramente umano



Raymond Hains, Les jardineries du sud



E' impressionante la raccolta delle opere di Hassan Sharif in Hassan Sharif Studio, sistemate come sugli scaffali di un supermercato, ma che visti da vicino in sequenza rivelano l'estensione della ricerca di questo artista nel mondo e nel tempo




Da grande amante dei libri, ho trovato emozionanti i libri acquerellati di Geng Jianyi



Nel Padiglione delle gioie e delle paure, invece, non mi sono particolarmente ritrovata e nulla mi ha lasciato una sensazione speciale.

Mi ha letteralmente incantata, invece, il Progetti speciale di Lee Mingwei, When Beauty visits: l'artista, come in una lenta cerimonia orientale, portando un pacchetto regalo esce nel meraviglioso cortile di Carlo Scarpa, posa il pacchetto su una sedia e invita uno dei visitatori, scelto in quel momento, a uscire con lei e a prendere il pacchetto, che dovrà aprire solo al suo prossimo incontro con la bellezza!







martedì 4 luglio 2017

Arte in Strada Nuova

Come sempre, l'inaugurazione della Biennale Arti visive ha portato con sè un fiorire di mostre ed eventi collaterali che semina arte contemporanea in tutte le zone di Venezia.

Così una semplice passeggiata lungo la Strada Nuova si trasforma in un'autentica scorpacciata d'arte! 

A Palazzo Flangini, nei pressi di Campo San Geremia, fino al 10 luglio è allestita la mostra End of Utopia, promossa dalla galleria d'arte Studio la Città che ha invitato due artisti americani, Jacob Hashimoto ed Emil Lukas, a dialogare, tramite le loro opere, con questo bel palazzo settecentesco. 

Jacob Hashimoto ci accoglie al piano terra con la sua installazione site specific che fluttua sulle nostre teste con i suoi piccoli aquiloni bianchi e neri di carta e bambù, sospesi dal soffitto, che ad un esame più ravvicinato rivelano piccole stelle che scompaiono e riappaiono a seconda del punto di vista.


Al primo piano, Emil Lukas crea tre gruppi di opere, separati ma interconnessi: Lens, Puddles, Threads (Lenti, Pozzanghere e Fili).



In fondo al salone del piano nobile, una sorta di lente gigantesca composta da tubi di alluminio saldati uno di fianco all'altro accoglie il visitatore, incastonata nell'architettura del palazzo, e sembra cambiare forma a seconda del punto di osservazione. 

Le lenti appese alle pareti delle stanze laterali, oscure e cangianti, risultano evocative di una profondità e di un altrove, giocando di rimando con le finestre, gli arredi ed i caminetti d'epoca del magnifico palazzo che le ospita.





Proseguendo lungo la Strada Nuova, si incontra Palazzo Mora con le sue esposizioni: il padiglione di Kiribati ma soprattutto la mostra PERSONAL STRUCTURES - open borders, organizzata da GAA Foundation per European Cultural Centre.

Si tratta un'esposizione molto ricca ed eteronegenea, dove non mancano gli spunti interessanti e suggestivi: mi ha particolarmente colpito l'esplosione di forme e colori all'arrivo al piano nobile, in particolare l'opera di Peter Riss, The Carousel, e i luccicanti mostricciatoli di Tsai Wei-Cheng.



Sarà perchè ho un debole per le borse, ma mi sono innamorata dell'opera di Beatriz Gerenstein, The objects of Desire: queste borse-gioiello stilizzate e ridotte a pura struttura, quasi fossero antenate primitive delle hand-bag di culto diventate oggi veri e propri status symbol, mi hanno fatto sorridere oltre che pensare a quanto effimera sia l'importanza che diamo agli oggetti di moda, ma anche quanto in qualche modo ciascuno li usi come espressione della propria personalità.



Alcune stanze dell'esposizione, poi, mi sono sembrate particolarmente riuscite sotto il profilo dell'accostamento delle opere di diversi artisti tra loro e con l'ambiente che le ospita: così l'opera di Josef Baier, Logarithmic spiral, incorniciata tra quelle di Paul Critchley e di Laina Hadengue (Rauric 12 e Après moi la déluge) 


Mi hanno poi colpito molto per la gioia ed il senso di libertà che mi hanno trasmesso le ragazzine-skateboarders di Jessica Fulford-Dobson, in Skate girls of Kabul.




Affascinante anche il candeliere in resina sovrastato da una figura umana dormiente di Caroline Kampfraath, intitolato The trees weep upon us, We’ll be Fossils by Then.


Un'altra stanza che mette in connessione in modo interessante due opere è quella che ospita Miroslav Trubač, con Judas, e Robert Szittay, con l'opera Alter Ego: due modi diversi ma secondo me assonanti di rappresentare il viaggio e la caducità dell'essere umano.

Infine è un interessante esperienza quella proposta da Yoko Ono, in Mirror Image: una stanza foderata di specchi di diversa foggia al cui centro il visitatore può sedersi alla scrivania per lasciare nero su bianco la sua idea di come pensa di apparire.



 Proseguendo, alla Chiesa della Maddalena è di scena l’artista americano Slater B. Bradley con un corpus di dipinti astratti che oscillano tra pittura e fotografia, intitolati “Solar Shields”. 
Quello che più mi ha colpito però è la scultura site specific al centro della chiesa, ispirata direttamente dall’architettura circolare della cupola della Maddalena, intitolata Crystal labirinth: è realizzata con cristalli di quarzo rosa che formano un labirinto del diametro di 7 metri, il cui centro è allineato direttamente sotto l’oculo della chiesa, a richiamare un percorso spirituale di grande effetto visivo...che infatti molti visitatori non esitavano a percorrere fisicamente!





Poco distante, il padiglione del Guatemala, a Palazzo Albrizzi-Capello, espone La Marge, ovvero il margine, evocando il punto di contatto dell'arte con la natura, ma anche con il soprannaturale.

MI sono piaciute particolarmente le opere "naturalistiche" di Giancarlo Flati, del collettivo El círculo mágico, Io albero dei margini e Dal Silenzio delle foglie.


E mi hanno emozionata anche le eteree figure in bianco che interpretano le stagioni della vita nella videoinstallazione L'anima in fiore di Andrea Prandi.

www.arte.it

mercoledì 16 novembre 2016

Trieste città d'incontri

Quello che mi è rimasto attaccato addosso di Trieste è l'atmosfera mitteleuropea di una città che ho percepito animata da un forte spirito di contaminazione e di apertura, uno spirito di incontro.

Ovviamente la prima cosa che colpisce è il legame della città con il mare






che diventa canale, anzi addirittura Canal Grande ...un'improvvisa vertigine di stare a Venezia!





Mi ha piacevolmente sorpreso anche la visibile presenza di luoghi di culto di diverse religioni: oltre alle belle chiese cattoliche, quali sant'Antonio Abate e San Giusto, qui si ha infatti la possibilità di visitare magnifiche chiese ortodosse, come San Spiridione, che mi ha incantata per le sue splendide, evocative decorazioni, ma anche un'importante sinagoga ebraica, la seconda più grande d'Europa.





www.discover-trieste.it


www.retecivica.trieste.it








Ma questa città è anche il luogo dove si incontrano innumerevoli tracce d'arte e di letteratura, legate al territorio ma anche proiettate in una dimensione internazionale: da quelle di James Joyce





al museo del teatro Carlo Schmidl, che è un'autentica miniera di antichi strumenti musicali, come pure di artisti ed allestimenti teatrali e operistici, profondamente radicati nel contesto storico della propria epoca.





Mi ha impressionato poi la presenza di segni così vivi di culture e lingue diverse e del ruolo giocato nell'antico impero asburgico: addirittura nel locale dove siamo andati a gustare un'ottima e caldissima jota!





Ho trovato particolarmente suggestivo il Museo Revoltella, antica dimora del barone Pasquale Revoltella, importante figura della società triestina dell'Ottocento che lasciò alla città il suo palazzo e la sua notevole collezione di opere d'arte.

L'appartamento del barone è così intriso della sua personalità colta ed imponente che si ha l'impressione di entrarci ancora oggi come suoi ospiti e percepire la sua presenza





I suoi lasciti hanno fatto sì che la sua passione di collezionista proseguisse oltre la sua morte, rendendo possibile l'acquisizione nel tempo da parte del museo di opere significative ed emozionanti.



Donato Barcaglia, La vergognosa




Ruggero Rovan, La pensosa





sabato 16 aprile 2016

Un giallo parigino: La brigata dei reietti

Potevo resistere ad un giallo ambientato a Parigi che la quarta di copertina definisce "brillante come una commedia"?
Ovviamente no, e devo dire fortunatamente, perchè il mio incontro con "La banda dei reietti" di Sophie Hénaff si è rivelato davvero piacevole.
La commissaria Anne Capestan della celebre polizia di Parigi, ex "campionessa di carriere folgoranti", ma sospesa dal servizio dopo l'ennesimo eccesso di legittima difesa, viene richiamata
dai capi supremi in piena estate nella leggendaria sede del 36, Quai des Orfèvres: dopo mesi di purgatorio, finalmente conoscerà il suo destino professionale.



"Rue de la Verrerie era deserta sotto il sole ancora tiepido. In agosto, a quell'ora molto mattutina, Parigi sembrava abbandonata allo stato di natura, svuotata dei suoi abitanti, come scampata a una bomba N.
In lontananza il lampeggiante di un camioncino della nettezza urbana gettava bagliori arancioni.
Capestan costeggiò le vetrine dei grandi magazzini Bhv e tagliò in diagonale place de l'Hôtel-de-Ville.
Attraversò la Senna, poi l'île de la Cité, per raggiungere a piedi il 36 Quai des Orfèvres".





L'esito del colloquio è spiazzante: Capestan viene sì reintegrata nella polizia di Parigi, ma per un incarico tutt'altro che prestigioso: viene messa a capo della "brigata dei reietti", una nuova squadra pensata dai capi del celeberrimo 36 Quai des Orfèvres per raggruppare i poliziotti più problematici, ingestibili o fannulloni, isolarli e dimenticarsi di loro.
Così Anne si ritrova in un appartamento anonimo del centro di Parigi, nei pressi delle Halles, circondata da mobili di recupero e da scatoloni di pratiche irrisolte e dimenticate, insieme ad un gruppo variegato di poliziotti alcolizzati, iettatori, dipendenti dal gioco o semplicemente colpevoli di aver pestato troppi piedi.
"Buchi di varie dimensioni costellavano il parquet, le pareti erano più brunite dei polmoni di un fumatore, ma era una stanza spaziosa con grandi finestre che si affacciavano sulla piazza, offrendo una bella vista fino alla chiesa di Saint-Eustache, al di là del vecchio giardino delle Halles, con le gru dei lavori in corso che probabilmente non sarebbero mai finiti".







Con molta pazienza, tra disillusione e tenacia, il gruppo ripesca dagli scatoloni un paio dei casi irrisolti più stimolanti e si lancia nelle indagini, con metodi spesso originali e non proprio ortodossi, non avendo più nulla da perdere: dopo alcuni buchi nell'acqua finiscono però per svegliare il can che dorme e provocare un nuovo inaspettato omicidio...
Questo romanzo mi è piaciuto davvero molto: è un giallo poco sanguinoso ma davvero brillante, molto ironico e ricco sotto l'aspetto della caratterizzazione dei personaggi, soprattutto i principali componenti della squadra, ai quali mi sono già affezionata: l'eccessiva Eva Rosière, capitano e scrittrice di gialli che mettono alla berlina la polizia di Parigi, l'affascinante e tenebroso Louis-Baptiste Lebreton, il malinconico agente Torrez afflitto dalla fama di menagramo che ormai terrorizza lui per primo.
"Alla porta comparve una donna sulla cinquantina, cicciottella. Il suo cellulare tempestato di strass stava subendo un vero e proprio uragano.
- ...Io scrivo quello che mi pare. E vuoi sapere perchè? Perchè non glielo permetto, a uno in giacca e cravatta, alto un metro e un (beeep!), di dirmi dove pisciare.
Capestan e Lebreton la fissavano sbigottiti.
La furia rivolse loro un sorriso cordiale, poi fece un quarto di giro e sbraitò:
- Magistrato o no, me ne strasbatto. Mi mettete in quarantena? Benissimo. Non ho più niente da perdere, e se volete il mio parere questa non è la vostra operazione più riuscita. Quindi, se mi va che nel prossimo episodio il vostro sostituto si becchi le emorroidi, nel prossimo episodio gli rifilo le emorroidi. Che tenga pronta la pomata, quel deficiente.
Chiuse la telefonata con uno scatto secco.
- Buongiorno. Capitano Eva Rosière, - disse tendendo la mano".


Anche la commisaria Capestan emerge dalle pagine in tutta la sua vivacità ed empatia, ma anche nelle sue profonde debolezze, soprattutto quella difficoltà di gestire la rabbia che le è costata così tanto sotto il profilo professionale e non solo.


"Con la tranquillità di spirito indotta dalla pace del parco ora Capestan percorreva boulevard Saint-Michel pensando che l'autunno aveva un buon profumo quando passavi sotto i castagni. Arrivò in vista del lungosenna e, sulla destra, ammirò Notre-Dame, superba di autorevolezza, che giudicava l'anima di tutti i suoi parigini".



 A piacevole contorno dell'indagine, che cresce mano a mano di ritmo e di interesse, ogni tanto occhieggiano gli scorci di Parigi, delle sue strade affollate, dei dehors dei cafè, delle orde di turisti nei luoghi più famosi, della Senna che luccica sotto il sole, del rumore della città che, dalla sottostante fontana des Innocents brulicante di ragazze e ragazzi, sale fino alla terrazza dove i componenti della brigata fumano una sigaretta o improvvisano una riunione. 




"Capestan si concesse una pausa in riva alla Senna. Aveva percorso le alzaie. Dopo Notre-Dame si restringevano e per un po' perdevano ogni attrattiva turistica. (...) Passando sotto la scura arcata del pont Saint-Michel si sentiva lo sciabordio delle acque salmastre contro gli argini. Un odore di fanghiglia si mescolava agli effluvi di sporcizia urbana. I suoi passi riecheggiarono sotto la volta, poi le alzaie si allargarono di nuovo: si tornava a Parigi e alla sua rumorosa fanfara".




L'autrice, Sophie Henaff, è una giornalista di Cosmopolitan France. Questo suo primo romanzo ha vinto diversi premi in patria, tra cui il premio "Polar en séries" al Quais du Polar di Lione e il Prix Arsène Lupin 2015.
Da poco è uscito in Francia il seguito, "Rester  groupés", che a questo punto non vedo l'ora di leggere!

Sophie Hénaff
La brigata dei reietti
Einaudi Stile Libero Big
300 pagine