mercoledì 16 novembre 2016

Trieste città d'incontri

Quello che mi è rimasto attaccato addosso di Trieste è l'atmosfera mitteleuropea di una città che ho percepito animata da un forte spirito di contaminazione e di apertura, uno spirito di incontro.

Ovviamente la prima cosa che colpisce è il legame della città con il mare






che diventa canale, anzi addirittura Canal Grande ...un'improvvisa vertigine di stare a Venezia!





Mi ha piacevolmente sorpreso anche la visibile presenza di luoghi di culto di diverse religioni: oltre alle belle chiese cattoliche, quali sant'Antonio Abate e San Giusto, qui si ha infatti la possibilità di visitare magnifiche chiese ortodosse, come San Spiridione, che mi ha incantata per le sue splendide, evocative decorazioni, ma anche un'importante sinagoga ebraica, la seconda più grande d'Europa.





www.discover-trieste.it


www.retecivica.trieste.it








Ma questa città è anche il luogo dove si incontrano innumerevoli tracce d'arte e di letteratura, legate al territorio ma anche proiettate in una dimensione internazionale: da quelle di James Joyce





al museo del teatro Carlo Schmidl, che è un'autentica miniera di antichi strumenti musicali, come pure di artisti ed allestimenti teatrali e operistici, profondamente radicati nel contesto storico della propria epoca.





Mi ha impressionato poi la presenza di segni così vivi di culture e lingue diverse e del ruolo giocato nell'antico impero asburgico: addirittura nel locale dove siamo andati a gustare un'ottima e caldissima jota!





Ho trovato particolarmente suggestivo il Museo Revoltella, antica dimora del barone Pasquale Revoltella, importante figura della società triestina dell'Ottocento che lasciò alla città il suo palazzo e la sua notevole collezione di opere d'arte.

L'appartamento del barone è così intriso della sua personalità colta ed imponente che si ha l'impressione di entrarci ancora oggi come suoi ospiti e percepire la sua presenza





I suoi lasciti hanno fatto sì che la sua passione di collezionista proseguisse oltre la sua morte, rendendo possibile l'acquisizione nel tempo da parte del museo di opere significative ed emozionanti.



Donato Barcaglia, La vergognosa




Ruggero Rovan, La pensosa





sabato 16 aprile 2016

Un giallo parigino: La brigata dei reietti

Potevo resistere ad un giallo ambientato a Parigi che la quarta di copertina definisce "brillante come una commedia"?
Ovviamente no, e devo dire fortunatamente, perchè il mio incontro con "La banda dei reietti" di Sophie Hénaff si è rivelato davvero piacevole.
 
La commissaria Anne Capestan della celebre polizia di Parigi, ex "campionessa di carriere folgoranti", ma sospesa dal servizio dopo l'ennesimo eccesso di legittima difesa, viene richiamata
dai capi supremi in piena estate nella leggendaria sede del 36, Quai des Orfèvres: dopo mesi di purgatorio, finalmente conoscerà il suo destino professionale.



"Rue de la Verrerie era deserta sotto il sole ancora tiepido. In agosto, a quell'ora molto mattutina, Parigi sembrava abbandonata allo stato di natura, svuotata dei suoi abitanti, come scampata a una bomba N.
In lontananza il lampeggiante di un camioncino della nettezza urbana gettava bagliori arancioni.
Capestan costeggiò le vetrine dei grandi magazzini Bhv e tagliò in diagonale place de l'Hôtel-de-Ville.
Attraversò la Senna, poi l'île de la Cité, per raggiungere a piedi il 36 Quai des Orfèvres".

 



L'esito del colloquio è spiazzante: Capestan viene sì reintegrata nella polizia di Parigi, ma per un incarico tutt'altro che prestigioso: viene messa a capo della "brigata dei reietti", una nuova squadra pensata dai capi del celeberrimo 36 Quai des Orfèvres per raggruppare i poliziotti più problematici, ingestibili o fannulloni, isolarli e dimenticarsi di loro.
 
Così Anne si ritrova in un appartamento anonimo del centro di Parigi, nei pressi delle Halles, circondata da mobili di recupero e da scatoloni di pratiche irrisolte e dimenticate, insieme ad un gruppo variegato di poliziotti alcolizzati, iettatori, dipendenti dal gioco o semplicemente colpevoli di aver pestato troppi piedi.
 
"Buchi di varie dimensioni costellavano il parquet, le pareti erano più brunite dei polmoni di un fumatore, ma era una stanza spaziosa con grandi finestre che si affacciavano sulla piazza, offrendo una bella vista fino alla chiesa di Saint-Eustache, al di là del vecchio giardino delle Halles, con le gru dei lavori in corso che probabilmente non sarebbero mai finiti".







Con molta pazienza, tra disillusione e tenacia, il gruppo ripesca dagli scatoloni un paio dei casi irrisolti più stimolanti e si lancia nelle indagini, con metodi spesso originali e non proprio ortodossi, non avendo più nulla da perdere: dopo alcuni buchi nell'acqua finiscono però per svegliare il can che dorme e provocare un nuovo inaspettato omicidio...
 
 
 
Questo romanzo mi è piaciuto davvero molto: è un giallo poco sanguinoso ma davvero brillante, molto ironico e ricco sotto l'aspetto della caratterizzazione dei personaggi, soprattutto i principali componenti della squadra, ai quali mi sono già affezionata: l'eccessiva Eva Rosière, capitano e scrittrice di gialli che mettono alla berlina la polizia di Parigi, l'affascinante e tenebroso Louis-Baptiste Lebreton, il malinconico agente Torrez afflitto dalla fama di menagramo che ormai terrorizza lui per primo. 
 
"Alla porta comparve una donna sulla cinquantina, cicciottella. Il suo cellulare tempestato di strass stava subendo un vero e proprio uragano.
- ...Io scrivo quello che mi pare. E vuoi sapere perchè? Perchè non glielo permetto, a uno in giacca e cravatta, alto un metro e un (beeep!), di dirmi dove pisciare.
Capestan e Lebreton la fissavano sbigottiti.
La furia rivolse loro un sorriso cordiale, poi fece un quarto di giro e sbraitò:
- Magistrato o no, me ne strasbatto. Mi mettete in quarantena? Benissimo. Non ho più niente da perdere, e se volete il mio parere questa non è la vostra operazione più riuscita. Quindi, se mi va che nel prossimo episodio il vostro sostituto si becchi le emorroidi, nel prossimo episodio gli rifilo le emorroidi. Che tenga pronta la pomata, quel deficiente.
Chiuse la telefonata con uno scatto secco.
- Buongiorno. Capitano Eva Rosière, - disse tendendo la mano".
 


Anche la commisaria Capestan emerge dalle pagine in tutta la sua vivacità ed empatia, ma anche nelle sue profonde debolezze, soprattutto quella difficoltà di gestire la rabbia che le è costata così tanto sotto il profilo professionale e non solo.


"Con la tranquillità di spirito indotta dalla pace del parco ora Capestan percorreva boulevard Saint-Michel pensando che l'autunno aveva un buon profumo quando passavi sotto i castagni. Arrivò in vista del lungosenna e, sulla destra, ammirò Notre-Dame, superba di autorevolezza, che giudicava l'anima di tutti i suoi parigini".



 A piacevole contorno dell'indagine, che cresce mano a mano di ritmo e di interesse, ogni tanto occhieggiano gli scorci di Parigi, delle sue strade affollate, dei dehors dei cafè, delle orde di turisti nei luoghi più famosi, della Senna che luccica sotto il sole, del rumore della città che, dalla sottostante fontana des Innocents brulicante di ragazze e ragazzi, sale fino alla terrazza dove i componenti della brigata fumano una sigaretta o improvvisano una riunione. 




"Capestan si concesse una pausa in riva alla Senna. Aveva percorso le alzaie. Dopo Notre-Dame si restringevano e per un po' perdevano ogni attrattiva turistica. (...) Passando sotto la scura arcata del pont Saint-Michel si sentiva lo sciabordio delle acque salmastre contro gli argini. Un odore di fanghiglia si mescolava agli effluvi di sporcizia urbana. I suoi passi riecheggiarono sotto la volta, poi le alzaie si allargarono di nuovo: si tornava a Parigi e alla sua rumorosa fanfara".




L'autrice, Sophie Henaff, è una giornalista di Cosmopolitan France. Questo suo primo romanzo ha vinto diversi premi in patria, tra cui il premio "Polar en séries" al Quais du Polar di Lione e il Prix Arsène Lupin 2015.
Da poco è uscito in Francia il seguito, "Rester  groupés", che a questo punto non vedo l'ora di leggere!
 
 

Sophie Hénaff
La brigata dei reietti
Einaudi Stile Libero Big
300 pagine

domenica 7 febbraio 2016

Creatum veneziano

Meteo ballerino per questo Carnevale a Venezia, che ha alternato giornate di sole spettacolare ad altre di pioggia battente.


 

Ai primi raggi di sole la carica delle maschere invade i luoghi più frequentati di Venezia, a partire naturalmente da piazza San Marco, dove un folto schieramento di forze dell'ordine veglia sulla festa, in maniera discreta ma ben visibile.

 

 
 



Il tema della festa di quest'anno, "Creatum", rende un bellissimo omaggio alla straordinaria creatività dei tradizionali mestieri veneziani, che ancora oggi portano avanti la bellezza immortale delle lavorazioni artigianali caratteristiche della città da secoli, ma la cui inventiva è come un tailleur di
 Chanel: non passa mai di moda e non cessa di sedurre col suo fascino!



Così il cuore della piazza e della festa è popolato dalle dimostrazioni degli artigiani veneziani: dagli scalpellini (tajapiera) ai maestri vetrai, dai sarti e mercanti di tessuti ai creatori di maschere, ai diversi artigiani che contribuiscono a creare una gondola.






E poi maschere, tante maschere, colorate e scintillanti, un piacere per gli occhi e per lo spirito, con la loro grazia ed allegria!





Tante anche le maschere di coppia, che portano un tocco di romanticismo supplementare.





Certo, anche sfilare e posare è faticoso e ogni tanto richiede una meritata sosta.




Altre maschere, più intraprendenti, ne approfittano per una pausa turistica e, incuranti dell'ingombro dei vaporosi abiti, si inerpicano per la bellissima scala Contarini del Bovolo, riaperta di recente. 




sabato 21 novembre 2015

All The World's Futures all'Arsenale

I "futuri" presenti all'Arsenale pongono anch'essi molti interrogativi e provocazioni, tuttavia si presentano anche avvolgenti di luci, colori e  suoni, con un richiamo costante alla vitalità, alla memoria ed all'umanità delle persone. Soprattutto, il futuro siamo noi.

Il primo impatto è già bivalente: i neon fluorescenti di Bruce Nauman, tra cui quello a forma di svastica intitolato "American violence"  che interseca brevi frasi intermittenti come ritornelli inquietanti,  si fondono con l'oscurità delle inquietanti ninfee formate da lame di Adel Abdessemed. 

Il Chronicle Theater Project di Qiu Zhijie ci accoglie in una sorta di stanza delle meraviglie fatta di antiche lanterne, uccelli argentati sospesi, maschere di bambola, candelabri, specchi convessi, recuperati da magazzini teatrali: la sensazione è quella di un fantasioso e caotico fluire di vita e di esperienze, con un forte richiamo di fondo alla cultura tradizionale cinese.


L'installazione di Katharina Grosse, Untitled Trumpet, con i suoi colori, tessuti e detriti avvolge completamente il visitatore nel suo caos cangiante, dando la sensazione di essere inglobato nelle macerie ma anche nell'infinita possibilità di costruzione e cambiamento.

L'artista francese Lili Reynaud Dewar propone My epidemic (Small bad Blood Opera), installazione complessa fatta di video, musica corale e testi scritti su drappi appesi: la donna del video, che balla nuda nelle sale di un museo, rivendicando una libertà artistica ma anche sessuale, si combina con le parole dei testi stampati sui drappi colorati  e con quelle cantate in sottofondo, che richiamano da un lato amore e libertà e dall'altro responsabilità e sincerità.
L'artista francese ci e si  interroga sul tema dell'AIDS, dell'amore e della protezione di sè e degli altri.
Non ci sono facili risposte ma un'emozionante riflessione sulla libertà e sui sentimenti.


Liisa Roberts propone "Petersburg Underground": si dice che per il fregio di una delle stazioni della metropolitana di Leningrado, raffigurante lavoratori delle principali professioni, avessero posato lavoratori reali. Prendendo spunto da questa leggenda, l'artista ritrae persone qualunque che svolgevano proprio quelle professioni all'epoca della costruzione.

Adrian Piper ha portato alla Biennale il suo Probable Trust Registry: The Rules of the Game #1–3
ogni visitatore può firmare una dichiarazione con cui si assume uno dei tre impegni proposti (“I will mean everything I say”; “I will do everything I say I will do”; “I will always be too expensive to buy”): una copia viene consegnata a chi firma, la copia digitale viene conservata per cent'anni presso l’Apra (Adrian Piper Research Archive) Foundation, con sede a Berlino. 

www.adrianpiper.com

Le opere di Ricardo Brey sono invece contenute in teche che si presentano come microcosmi di fantasia, popolati di insolite creazioni fatte di colori, luccicanze e materiali di vario genere in originali combinazioni: mi hanno ricordato certi oggetti che conservavo da bambina, intrisi di sogni e simboli di desideri e bellezza.
La stanza che più mi è piaciuta dell'Arsenale ospita le opere di due artisti che entrano in perfetta risonanza tra loro: l'opera di Kutluğ Ataman “The Portrait of Sakip Sabanci” parla dell’uomo d’affari e filantropo turco Sakip Sabanci tramite quasi diecimila piccoli schermi che raffigurano ognuno una persona che l'ha conosciuto, quasi a testimoniarne la vita nella presenza di tante persone così diverse.
A parete i ritratti di Chris Marker in "Passengers" fermano le espressioni tristi, stanche, allegre o pensierose di persone delle età e condizioni più diverse, immortalate  sedute in metropolitana ma in realtà quasi perse dentro se stesse, tanto da poter rappresentare le emozioni universali di ogni persona. 



Juan Carlos Distefano nel padiglione argentino modella nei materiali più vari le sue figure estremamente espressive, vittime di una violenza fisica o morale che finisce per deformarle.



Nel bacino delle Gaggiandre all’Arsenale di Venezia prende il volo la Fenice di Xu Bing, realizzata con scarti di cantiere.

Nel Padiglione Italia mi ha colpita l'opera di Marzia Migliora, che richiama in maniera originale e personale la natura morta da un lato e i ricordi d'infanzia dall'altro: l'osservatore si affaccia da dentro un armadio e vede riflessa in uno specchio una distesa di pannocchie, immagine della cascina del padre dell'artista... oltre all'armadio e a se stesso, riflessi nello specchio e parte dell'installazione.